Zuppa di parole
 
 
 
 



Questo saggio è stato scritto sulla scia del tragico suicidio di Jason Arday, il rinomato professore di sociologia e scienze dell’educazione al Jesus College di Cambridge. È ormai chiaro che gran parte della sua storia personale e accademica fosse frutto di una fantasia in stile Walter Mitty. Eppure la professoressa Hilary Cremin, direttrice del Dipartimento di Scienze dell’Educazione, aveva elogiato Jason Arday per la qualità della sua ricerca. Nel 2024, la Cremin ha tenuto un seminario - disponibile online - intitolato «Il “ritorno alla natura” dell’educazione». L’ho guardato e ho letto la trascrizione diverse volte, cercando di cogliere ciò che mi era forse sfuggito la prima volta. Attenzione, spoiler: il titolo di questo saggio è «zuppa di parole» – non «rigore accademico».

La professoressa afferma che, a suo avviso, «i nostri sistemi educativi in tutto il mondo sono fondamentalmente falliti», il che significa che «dobbiamo ripensare in modo molto diverso il concetto stesso di educazione». Prosegue: «...l’educazione deve tenere conto del fatto che siamo esseri incarnati, dotati di genere, etnia, ormoni, geni e tutte quelle caratteristiche che alterano radicalmente il modo in cui vediamo il mondo, non solo da persona a persona, ma di momento in momento. Eppure pensiamo alla conoscenza e alla verità come se esistessero in qualche modo al di fuori del tempo e dello spazio, come se fossero in qualche modo universali e astratte...». Quindi sostiene che la nostra capacità, talvolta imperfetta, di percepire ciò che sta accadendo, implichi che non esistano verità universali da scoprire – cosa che è chiaramente errata, come ha dimostrato la recente eclissi totale.

Ha poi recitato una delle sue poesie in cui metteva a confronto le prospettive di vita di un bambino povero con quelle di un bambino ricco. “Quindi penso che quello che sto dicendo… sia che l’istruzione sia un fattore di disuguaglianza; che i risultati scolastici dipendano più dalla ricchezza dei genitori che da qualsiasi altro fattore… C’è una vera e propria follia collettiva quando pensiamo all’istruzione e alla scuola...». A questo punto afferma che i voti di tutti i bambini sono proporzionali al reddito familiare, fornendo la seguente giustificazione:

“Il divario di rendimento tra i bambini più ricchi e quelli più poveri si allarga in ogni fase del percorso scolastico, più che raddoppiando alla fine della scuola primaria e raddoppiando nuovamente alla fine della scuola secondaria. Le scuole non stanno riducendo questo divario. Nel Regno Unito, chi ha diritto alla mensa scolastica gratuita ha una probabilità quattro volte maggiore di essere espulso a scuola nel 2021; chi ha bisogni educativi speciali e disabilità ha una probabilità sei volte maggiore di essere espulso a scuola.”

Dunque, ignora i risultati ottenuti dalla famosa Michaela Community School e altre scuole simili. Quest’anno a Michaela un terzo dei voti degli A-level è stato A*, rispetto a un decimo a livello nazionale, nonostante Il 40% degli alunni benefici di pasti scolastici gratuiti, contro il 27% a livello nazionale. E trovo sospetto che non precisi quale fosse il divario iniziale, quindi non possiamo sapere se quei due aumenti del divario siano significativi o no. E vedo che si limita a confrontare gli estremi della povertà e della ricchezza, senza tenere conto della stragrande maggioranza che si trova in una posizione intermedia.
Allora perché questo titolo per il suo seminario? Lei spiega:

“Mi piace la metafora del ripristino della natura selvaggia per riflettere su come potremmo migliorare l’istruzione, e penso che ciò sia dovuto a due ragioni: la prima è che abbiamo davvero bisogno di riportare il pianeta allo stato selvaggio... o alcune aree di terra a uno stato selvaggio... E mi piace pensare che possiamo riportare l’istruzione al suo stato naturale, a com’era prima della modernità e dell’era industriale, a un’epoca in cui l’apprendimento avveniva all’interno della comunità del villaggio. Come dice il proverbio: ‘Ci vuole un intero villaggio per educare un bambino’.”

Forse in quei leggendari “bei vecchi tempi”, il villaggio avrebbe potuto insegnare ai bambini ciò che era necessario per seguire le orme bucoliche dei loro antenati. Ma non viviamo più in quei tempi. E quindi non sono convinto che un ‘villaggio’ qualsiasi sarebbe in grado di educare adeguatamente i bambini di oggi: è necessaria ora una molteplicità notevole di materie.

Continua: «Allora, qual è il problema che stiamo cercando di affrontare? Ci troviamo di fronte a una disuguaglianza globale significativa e crescente e all’esaurimento delle risorse della Terra. Ci troviamo di fronte a una “omnicrisi”: l’emergenza climatica, l’impatto negativo di alcuni aspetti dell’intelligenza artificiale o i modi in cui verrà utilizzata. La geopolitica, le pandemie, il rapido calo demografico a partire dal 2050 circa. Le scuole sono modellate sulla prigione, sull’esercito e sulla fabbrica... E le culture scolastiche violente, sia nella violenza diretta che in quella indiretta, nel peggiore dei casi alimentano, ma nel migliore dei casi esacerbano o non riescono ad affrontare la disuguaglianza, la cattiva salute, il deficit democratico, la divisione sociale, l’odio verso l’altro.»

Non fornisce né esempi né alcuna giustificazione a sostegno della sua descrizione delle scuole né per spiegare perché queste dovrebbero offrire soluzioni a una gamma così ampia di questioni politiche. E sospetto che abbia una definizione di violenza un po’ insolita, anche se non ci dice quale sia. Tuttavia, se mantenere la disciplina nelle scuole significa modellarle sul tipo di carcere, esercito e fabbrica, allora così sia. Tutte queste realtà richiedono un certo grado di disciplina per funzionare. A me è stato imposto di andare a scuola – fortunatamente, dato che l’assenteismo scolastico è strettamente correlato alla mancanza di successo in età adulta. E no, non ricordo di essere stato rinchiuso in una cella né di aver lavorato in piedi davanti a una catena di montaggio.

Ci dice che c’è un numero scioccante di bambini che vivono in povertà sia nel Regno Unito che a livello globale. Non fa alcun riferimento all’incidenza della povertà assoluta, che in realtà è diminuita considerevolmente nella maggior parte del mondo – e certamente nel Regno Unito. Dice invece:

“Ma l’istruzione li tirerà fuori tutti dalla povertà, giusto? L’istruzione primaria universale è una cosa positiva? L’istruzione secondaria universale? Basta mandarli a scuola. Il divario tra le fasce più ricche e quelle più povere della società resiste ostinatamente al cambiamento e io sostengo che l’istruzione aggravi il problema. È un fattore che alimenta la disuguaglianza anziché il contrario, e lo fa attraverso miti come quello della meritocrazia: l’idea che i più brillanti e i migliori, attraverso le scuole secondarie selettive o qualsiasi altra forma di istruzione e scolarizzazione, consentiranno al sistema degli esami di individuare i più brillanti. Non funziona.»

Cosa non funziona? Il sistema degli esami è difettoso? O è forse l’idea stessa di meritocrazia ad essere sbagliata? Con cosa andrebbe sostituita? Infatti lei ritiene che la ricchezza produca solo ciò che sembra essere una meritocrazia: ci dice che solo i figli di genitori che hanno i mezzi per acquistare case costose nei bacini di utenza delle scuole pubbliche di alto livello avranno successo. Michaela? Senza dubbio è un fattore in molte scuole, ma in che misura? Non lo sappiamo. E la soluzione che lei propone è quella di abolire l’istruzione così come la conosciamo, per ricreare l’epoca preindustriale in cui la disuguaglianza e la povertà erano, beh, in realtà, molto peggiori di oggi. Tutto ciò denota una vaghezza di pensiero e un tentativo di inserire i dati di cui lei dispone in un quadro socio-politico prestabilito.

D minus

Nel frattempo, come riportato dall’Observer il 20 agosto, un gruppo di ricercatori aveva indagato sui motivi per cui i tassi di alfabetizzazione a Bradford fossero così bassi. Hanno studiato le informazioni raccolte separatamente dal Servizio Sanitario Nazionale (NHS) e dal Ministero dell’Istruzione. Hanno così scoperto che un terzo degli alunni a cui il NHS aveva diagnosticato problemi di vista non si recava dall’ottico per farsi prescrivere gli occhiali e, di conseguenza, aveva difficoltà a leggere. A tutti i bambini è stato quindi somministrato un test della vista all’ingresso a scuola: a chi aveva bisogno di occhiali sono state automaticamente forniti due paia – una da portare a casa e una da tenere in classe. Nel 2017, all’avvio del programma, gli alunni registravano un ritardo di 6,2 punti percentuali rispetto alla media nazionale in lettura alla fine della scuola primaria. Nel 2019 si era dimezzato, attestandosi a 3,1 punti percentuali. I ricercatori stanno ora concentrando la loro attenzione sull’odontoiatria: hanno scoperto che una delle principali cause dell’assenteismo scolastico (con le inevitabili conseguenze nella vita adulta) era la cariee il conseguente mal di denti. Quindi, invece di assumere funzionari incaricati di contrastare l’assenteismo, hanno inviato dei dentisti nelle scuole. Azioni efficaci, basate sui dati.

A plus

23 agosto 2026
Paul Buckingham      

 
 
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